Coloranti negli amari: come riconoscere il caramello “buono” da quello industriale.

Coloranti negli amari: come riconoscere il caramello “buono” da quello industriale.

Quando pensiamo all’amaro, che colore ci viene in mente?
Quasi sempre il marrone.

Ma se un amaro nasce da botaniche  (foglie, erbe, radici ) spesso verdi, perché il risultato è quasi sempre scuro? Questa è la vera domanda.

Il colore è una delle prime cose che vediamo, e spesso quella che ci condiziona di più. Un amaro molto scuro viene percepito come intenso, strutturato, “serio”. Uno più chiaro può sembrare più leggero. Ma questa associazione non è sempre corretta. Anzi, a volte è proprio il contrario.

Dietro al colore può esserci un lavoro reale sulle botaniche e sulle macerazioni, oppure una semplice aggiunta di coloranti. Tra questi, il più diffuso è il caramello.

Il punto è che “caramello” non significa sempre la stessa cosa. In etichetta può indicare realtà molto diverse, e capire la differenza è uno dei modi più semplici per leggere davvero un prodotto.

Nella sua forma più semplice, il caramello è zucchero cotto. Quando viene ottenuto direttamente da zucchero e calore, dà un colore bruno naturale e può contribuire anche al gusto, con note tostate e leggermente amare. In questo caso è un ingrediente comprensibile, coerente con una lavorazione artigianale.

Il problema nasce quando il caramello diventa un additivo industriale. In etichetta lo si trova spesso indicato come E150, una famiglia di coloranti utilizzati per standardizzare il colore e rendere ogni bottiglia identica alla precedente.

Dietro questa sigla esistono quattro varianti: E150a, E150b, E150c ed E150d. La differenza sta nel processo produttivo. L’E150a è il più semplice, ottenuto senza ammoniaca o solfiti, ed è quello più vicino allo zucchero cotto. L’E150b rappresenta una via intermedia. Le versioni E150c ed E150d sono più complesse e discusse perché, durante la produzione, può formarsi il 4-MEI, un sottoprodotto oggetto di monitoraggio.

Più che parlare in modo semplicistico di caramello “buono” o “cattivo”, ha quindi senso dire che E150a è il più lineare, mentre E150c ed E150d sono quelli da osservare con più attenzione.

Questo non significa automaticamente che siano nocivi, ma è importante capirne la funzione: non aggiungono qualità, aggiungono uniformità. Spesso vengono utilizzati per rendere più scuro un prodotto che, naturalmente, non lo sarebbe.

Un amaro costruito su botaniche reali tende invece ad avere un colore meno prevedibile. Può variare da lotto a lotto, essere meno scuro di quanto ci si aspetti o avere tonalità diverse nel tempo. È una conseguenza naturale delle infusioni: radici, erbe e scorze rilasciano pigmenti in modo non standardizzato.

Un esempio è il nostro amaro al karkadè, naturalmente rosso, contribuisce al colore finale senza bisogno di correzioni.

Al contrario, quando il colore è sempre identico, molto stabile e particolarmente intenso, vale la pena farsi una domanda in più. Non è una prova definitiva, ma è un indizio.

Leggere l’etichetta diventa quindi fondamentale. Se trovi una sigla come E150, sai che il colore è stato corretto. Se invece non viene indicato nulla, è più probabile che derivi direttamente dalle botaniche.

Non è una questione di giusto o sbagliato. È una questione di consapevolezza.

Se cerchi un amaro che esprima davvero le sue materie prime, il colore dovrebbe essere una conseguenza del processo, non qualcosa costruito a posteriori.

Alla fine, come spesso accade, la differenza sta nei dettagli. E imparare a riconoscerli è il primo passo per scegliere meglio.

 

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